Chi va in ospedale non ci va certo per degustare piatti gourmet: lo sanno i pazienti, lo sanno i medici, avviene anche nelle serie tv – che siano italiane, americane o turche, sempre più di moda – dove immancabilmente qualcuno si lamenta del vitto. Tanto che parenti e amici, pur di strappare un sorriso, si presentano, quando permesso, in corsia con cibi "salvavita" di provenienza casalinga o con un panino della famosa catena.
Ma quello che è accaduto al protagonista di questa vicenda è qualcosa che va oltre il cliché: una bella porzione di insalata mista… con sorpresa.
Niente crostini, niente olive, ma un bel bruco vivo e vegeto. Innocuo, penserebbe qualcuno; disgustoso, direbbe chiunque si trovi l'ospite nel piatto prima di mangiare.
DAL VASSOIO ALLA CASSAZIONE
Apriti cielo (e chiuditi stomaco, verrebbe da dire). Scatta una (doverosa) indagine e l'amministratrice della società, che gestiva il laboratorio di preparazione e distribuzione dei pasti ospedalieri, finisce condannata per violazione della legge n. 283/1962, quella che – per dirla semplice – punisce gli alimenti non proprio a norma di igiene.
La difesa non si arrende e gioca – in Cassazione - la carta dell'art. 131-bis c.p., invocando la "particolare tenuità del fatto": in fondo, sosteneva, era un episodio isolato, non abituale… e poi, diciamolo, l'insetto era pure commestibile. Probabile, ma provate voi a spiegarlo a un degente che già lotta con minestrine annacquate, purè dalla consistenza misteriosa e magari anche con il compagno di stanza che, oltre a non brillare per simpatia, russa come un trattore.
LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE
La Cassazione, con la sentenza n. 30586/2025, ha confermato la condanna, fondando il ragionamento su questi pilastri motivazionali:
- Contaminazione all'origine. Il bruco non era arrivato lì per caso, caduto chissà come nel piatto. Era presente già al confezionamento: segno che qualcosa, nell'organizzazione del laboratorio, non funzionava affatto.
- Destinatari fragili. Non stiamo parlando di clienti di un fast food che possono alzarsi e chiedere il rimborso. Qui i commensali erano degenti ospedalieri: soggetti per definizione vulnerabili, più esposti ai rischi igienico-sanitari.
- Carenti condizioni igieniche. Le motivazioni di primo e secondo grado, prese insieme, dipingevano che i laboratori, dove venivano preparati i piatti, presentavano dei deficit igienico/sanitari, su cui l'amministratrice della società avrebbe dovuto controllare (e risolvere o, meglio, prevenire).
CONCLUSIONI
Insomma, il bruco poteva anche essere "bio" e ricco di proteine, ma per la Cassazione resta sempre e solo un segnale di scarsa igiene. Morale: il paziente non gradisce, il giudice condanna, e l'insalata… beh, quella la lasciamo lì.
E, in fondo, anche se gli insetti forse saranno davvero il cibo del futuro, oggi non tutti li gradiscono — soprattutto se spuntano inattesi tra le foglie di lattuga.
Avv. Michelealfredo Chiariello Iscritto all’Ordine degli Avvocati di Trani e presidente della Camera dei Giuslavoristi di Trani. Patrocinante in Cassazione e Giurista Ambientale. Opera in tutti i rami del diritto, sia in ambito giudiziale che stragiudiziale. Collabora con le più importanti piattaforme giuridiche online, oltre ad essere autore di numerosi articoli ivi pubblicati. Ideatore e responsabile dei siti www.avvmichelealfredochiariello.it e www.studiolegalechiariello.it, nonchè ideatore e fondatore del progetto giuridico “Il periscopio del diritto”, di cui è autore e responsabile.