«Non è colpa degli spacciatori, che compiono il loro mestiere criminale, ma dei cittadini che, trasversalmente e senza distinzioni di classe, acquistano le sostanze».
Lo ha detto, durante una intervista, un Sindaco, forse esasperato, rispondendo ad una domanda sulla situazione di scarsa sicurezza sociale della città amministrata.
Si tratta, evidentemente, di una provocazione, ma pericolosa.
Un'affermazione di questo tipo, infatti, pur non volendo legittimare comportamenti illeciti, rischia di essere fraintesa e di sembrare, anche solo indirettamente, una giustificazione dello spaccio e di chi lo pratica.
Va detto con chiarezza:
lo spaccio di droga non può essere in alcun modo considerato un "mestiere".
Definirlo tale, anche se in senso provocatorio, significa normalizzare un'attività che, per sua natura, è criminale, lesiva della salute pubblica e foriera di conseguenze drammatiche per intere comunità.
Ma, forse, è una provocazione utile per inquadrare la realtà di molti contesti di marginalità urbana, dove il crimine rappresenta – per alcuni – l'unica "occupazione" accessibile. -Un'attività illecita sì, ma organizzata, strutturata, gerarchizzata, facilmente remunerativa.
Chi spaccia lo fa – spesso - perché non ha accesso ad alternative dignitose. E qui si apre il vero paradosso: uno Stato che non offre opportunità lascia che il crimine diventi non solo sopravvivenza, ma anche sistema sociale, un welfare antigiuridico, un grottesco paradosso sociale.
LA RESPONSABILITÀ PENALE
Il nostro ordinamento opera una distinzione netta: la detenzione, la cessione e il traffico di sostanze stupefacenti costituiscono reato ai sensi dell'art. 73 del D.P.R. 309/1990; il consumo personale, invece, quando non supera le soglie stabilite, è soggetto unicamente a sanzioni amministrative (art. 75 D.P.R. 309/1990).
Ed è qui che la questione si fa scomoda: possiamo davvero considerare "innocuo" il ruolo di chi alimenta ogni giorno, con le proprie scelte, un mercato criminale? Possiamo assolvere moralmente chi, pur senza commettere reati, diventa parte attiva di un sistema che prospera proprio grazie alla domanda?
Il consumatore, in questo scenario, non è più un soggetto ai margini, ma diventa il vero motore del traffico di stupefacenti. Senza domanda, non ci sarebbe offerta.
IL MERCATO DELLA DROGA FRA DOMANDA ED OFFERTA
La legge economica è semplice e crudele: dove c'è domanda, si crea un'offerta. E il mercato della droga non fa eccezione. È, anzi, il mercato illegale per eccellenza, in cui la domanda plasma e sostiene l'intera filiera produttiva.
Il consumo di stupefacenti è trasversale: operai, studenti, professionisti, manager, artisti, persino politici.-
La cocaina del sabato sera, la canna dopo il lavoro, le pasticche alle feste: tutti, consapevolmente o meno, partecipano a mantenere in piedi un sistema di criminalità organizzata.
In questo senso, la provocazione iniziale – «la colpa è dei consumatori» – si arricchisce di significato: perché senza consumatori – questo è fuori dubbio - non esisterebbero né spacciatori, né mercati illeciti.
Il consumatore è parte attiva di un ingranaggio criminale. Ogni euro speso per acquistare droga alimenta filiere illegali, mercati regionali, nazionali e internazionali, mafie, violenze, corruzione e sfruttamento, persino prostituzione minorile.
È cruciale, però, ribadire che questa logica non deve in alcun modo servire da alibi per chi delinque. Gli spacciatori sono soggetti attivi, che scelgono consapevolmente di violare la legge. Non si tratta di "lavoratori" privi di alternative: il crimine non è mai una professione legittima, anche nei contesti di marginalità.
CONCLUSIONI
Dire che «la colpa non è degli spacciatori ma dei consumatori» significa spostare l'attenzione dalla mano che delinque a chi, magari inconsapevolmente, alimenta il mercato. Ma questa logica, se applicata ad altri contesti, mostrerebbe tutta la sua assurdità:
- la colpa dei furti è di chi compra oggetti rubati;
- la colpa degli omicidi è di chi provoca rabbia o rancore nell'assassino;
- la colpa delle truffe è di chi si lascia ingannare.
Il reato rimane tale perché qualcuno sceglie di commetterlo, anche quando la società crea le condizioni di disagio. Senza questa scelta libera e consapevole, non esisterebbe alcun crimine.
Per questo lo spacciatore non può mai diventare una vittima. E la sua attività non può mai essere chiamata "mestiere".
Avv. Michelealfredo Chiariello Iscritto all’Ordine degli Avvocati di Trani e presidente della Camera dei Giuslavoristi di Trani. Patrocinante in Cassazione e Giurista Ambientale. Opera in tutti i rami del diritto, sia in ambito giudiziale che stragiudiziale. Collabora con le più importanti piattaforme giuridiche online, oltre ad essere autore di numerosi articoli ivi pubblicati. Ideatore e responsabile dei siti www.avvmichelealfredochiariello.it e www.studiolegalechiariello.it, nonchè ideatore e fondatore del progetto giuridico “Il periscopio del diritto”, di cui è autore e responsabile.