Il rapporto tra assistito e difensore è un rapporto fiduciario, costruito su un contratto d'opera professionale che obbliga l'avvocato a svolgere la propria attività con diligenza, perizia e correttezza. Ma attenzione: l'avvocato non è un assicuratore del risultato. La legge gli chiede di essere un professionista scrupoloso, non un indovino.
Accade però che, quando la causa va male, il cliente — amareggiato o deluso — cerchi nel proprio difensore un capro espiatorio. E da qui nascono contenziosi in cui si accusa l'avvocato di errori, omissioni, negligenze o scelte azzardate.
Ma non sempre queste accuse reggono alla prova dei fatti e del diritto.
La recente ordinanza della Cassazione n. 469/2025 evidenzia un concetto essenziale: se la scelta difensiva è stata condivisa, spiegata e consapevolmente accettata dal cliente, non può poi essere trasformata in fonte di responsabilità professionale.
OBBLIGAZIONE DI MEZZI E NON DI RISULTATO
Il contratto d'opera professionale che lega l'avvocato al cliente non garantisce il risultato (cioè, non garantisce di vincere la causa), ma impone all'avvocato di adottare tutte le cautele e le scelte tecniche più opportune, informando il cliente e confrontandosi con lui sulle strategie percorribili.
La responsabilità professionale dell'avvocato, quindi, non nasce dal mero fatto che il cliente abbia perso o sia rimasto scontento, ma soltanto in determinati casi, nei quali, oltretutto, bisogna dimostrare, ogni oltre ragionevole dubbio, che, in assenza della condotta del professionista, il risultato sarebbe stato diverso.
Viceversa, se emerge che la scelta processuale è stata discussa, spiegata e condivisa col cliente, si entra nel campo della libera strategia difensiva, che non può essere oggetto di sindacato risarcitorio ex post solo perché il processo è andato male.
proprio per questo, la Cassazione valorizza anche gli strumenti documentali che provano l'avvenuto confronto tra difensore e assistito: lettere, mail, report, appunti, comunicazioni che mostrano come la strategia adottata fosse frutto di un dialogo reale e consapevole.
IL CASO DI SPECIE
Nel caso deciso dalla Cassazione, la scelta difensiva oggetto di contestazione riguardava la gestione di una complessa vicenda di occupazione temporanea di un immobile da parte della Pubblica Amministrazione.
Questa strategia non era frutto di dimenticanza o errore, ma nasceva da una valutazione tecnico-giuridica legata alla competenza dei giudici e alle modalità con cui era stata disposta l'occupazione dell'immobile.
In sostanza, nel caso concreto:
- il percorso difensivo era stato discusso;
- la scelta di proporre due giudizi separati era stata consapevolmente condivisa;
- non risultava alcuna iniziativa "nascosta" o decisa unilateralmente dagli avvocati all'insaputa dei clienti.
È proprio questa condivisione – concreta, documentata e ragionevole – che ha portato la Cassazione a escludere qualsiasi responsabilità professionale degli avvocati per la scelta processuale adottata.-
LA STRATEGIA CONDIVISA LIMITE ALLA RESPONSABILITÀ DELL'AVVOCATO
Un passaggio fondamentale della decisione della Corte di Cassazione n. 469/2024 – ed è bene dirlo con chiarezza – riguarda il valore giuridico che assume la condivisione della strategia difensiva tra avvocato e cliente.
Il principio affermato è di grande rilievo e supera la vicenda concreta per assumere valore generale: se la condotta dell'avvocato discende da una scelta processuale condivisa col cliente, non può profilarsi alcuna responsabilità professionale in capo al difensore, anche se poi quella scelta si rivela non vincente o addirittura perdente.
CONCLUSIONI
Non è raro che gli avvocati si trovino a fronteggiare azioni legali promosse dai propri clienti, spesso animate non da reali errori professionali, ma da intenti ritorsivi, delusioni postume o da aspettative semplicemente irrealistiche.
Sono situazioni spiacevoli, a volte paradossali, che non solo mettono a dura prova la serenità del rapporto professionale, ma rischiano anche di intaccare la reputazione, la credibilità e l'autorevolezza dell'avvocato.
In questo scenario, la pronuncia della Cassazione n. 469/2025 rappresenta molto più di una sentenza su un caso particolare: è un segnale importante, quasi un "vademecum di autotutela" per i professionisti.
Il principio è semplice, ma potente: se la strategia è stata condivisa, se le scelte sono state discusse, spiegate e magari perfino messe nero su bianco, il cliente non potrà un domani sostenere di essere stato vittima di errori o negligenze inesistenti.
Perché, in fondo, nel mestiere dell'avvocato, difendere è anche difendersi.
Avv. Laura Buzzerio Iscritta all’Ordine degli Avvocati di Trani e alla Camera dei Giuslavoristi di Trani. Esperta di diritto familiare, si occupa di tutti i rami del diritto, sia in ambito giudiziale che stragiudiziale. Coautrice del progetto giuridico “Il periscopio del diritto”.